martedì 5 marzo 2013

L'ultima volta - Francesco Guccini





Quand'è stata quell'ultima volta
che ti han preso quei sandali nuovi?
Al mercato, coi calzoni corti,
e speranza d'estate alla porta,
ed un sogno che più non ritrovi.



E quei sandali duravano tre mesi,
poi distrutti in rincorse e cammino.
Quand'è stata quell'ultima volta 
che han calzato il tuo piede bambino
lungo i valichi dell'Appennino?


Quand'è stata quell'ultima volta
che ti ho vista e poi forse baciata?
Dimmi adesso, ragazza d'allora,
quando e dove te ne sei andata,
perché e quando ti ho dimenticata.



Ti sembrava durasse per sempre
quell'amore assoluto e violento.
Quando è stato che è finito in niente?
Perché è stato che tutto si è spento?
Non ha visto nemmeno settembre.

 Quando è stata quell'ultima volta
che hai sentito tua madre cantare?
Quando in casa, leggendo il giornale,
hai veduto tuo padre fumare,
mentre tu ritornavi a studiare?


In quei giorni ormai troppo lontani
era tutto presente e il futuro
un qualcosa lasciato al domani,
un'attesa di sogno e di oscuro,
un qualcosa di incerto e insicuro.



Sarà quando quell'ultima volta
che la vedi e la senti parlare?
Quando il giorno dell'ultima volta
che vedrai il sole nell'albeggiare
e la pioggia ed il vento soffiare
ed il ritmo del tuo respirare
che pian piano si ferma e scompare.



Francesco Guccini - L'ultima Thule  



venerdì 22 febbraio 2013

Te doo on sarao



Te doo on sarao

Ti do un ceffone.


Cornovaglia - 2003


Durante la dominazione austriaca era reato grave tenere in capo il cappello
se ad una rappresentazione o spettacolo fossero stati presenti i regnanti. 
Il 6 gennaio 1816 intervenne ad una serata alla Scala l'imperatore Francesco I d'Austria.
In suo onore si rappresentava una cantata di Vincenzo Monti.
In platea un giovane signore teneva ostentamente in testa il cilindro, in dispregioagli ordini della polizia.
Il generale Saurau, allora governatore di Milano, indignato dall'atteggiamentodel giovane, scese di corsa al palco sottostante e con un potente manrovesciofece volare via il cilindro dal capo del ribelle.


A Milano si dice così - Eugenio Restelli    
 

mercoledì 20 febbraio 2013

Mazzasett struppia quattordes



Mazzasett struppia quattordes

Ammazzasette storpia quattordici.
Spaccone.





Dalla fiaba lombarda

L'eroe è il figlio di un ciabattino che decide di andare in cerca di fortuna,
girando il mondo con la scritta sul berretto: " N'hoo mazzaa sett e storppiaa quattordes ". 

Si tratta di mosche, che il ragazzo aveva spiaccicato su una forma di formaggiocon un sol colpo di scarpa.

Giocando da furbo, riesce a far credere che ci trattava di persone invece
di mosche.

Con una serie di trucchi di un moderno 007 riesce a imbrogliare il mago che lo aveva sottoposto a dure fatiche.

Il detto di usa per definire quelle persone che vogliono far credere di aver
compiuto imprese strabilianti.


A Milano si dice così - Eugenio Restelli     
 

martedì 19 febbraio 2013

Scarliga merluzz che l'è minga el tò uss



Scarliga merluzz
che l'è minga el tò uss.

Scivola merluzzo che non è il tuo uscio.
Allontanati, và via: questo non è posto per te!
Qui non sei gradito!


 
  
Al tempo in cui alle porte di Milano le merci in entrata pagavano il dazio, 
si tentava di farle passare clandestinamente corrompendo la guardia.

Di notte, dal carro carico scendeva uno dei conducenti che si avvicinava
al daziere a contrattare.

Se le trattative non andavano in porto, l'uomo gridava al compare rimasto 
sul carro 

scarliga merluzz
che l'è minga el tò uss


Lo invitava cioè a provare ad un'altra porta con la speranza di trovare 
un daziere più . . . compiacente.


A Milano si dice così - Eugenio Restelli 
 
 
 

lunedì 18 febbraio 2013

A batt i pagn compar la stria



A batt i pagn compar la stria.

A battere i panni compare la strega.

 Lupus in fabula.
Espressione usata quando ci si vede 
comparire dinanzi la persona di cui 
si sta parlando.





Il modo di dire ricorda un fatto antico, quando le stregonerie erano adottate dai magistrati per chiarire situazioni confuse.

La persona che pensava di aver subìto il malocchio o si sentiva perseguitata si rivolgeva al magistrato.

Questi batteva gli abiti di colui che aveva subìto il maleficio: la prima persona che sopraggiungeva era l'autore del maleficio stesso. E veniva condannata!

I codici antichi e i trattati giuridici consacravano questa procedura.


 A Milano si dice così - Eugenio Restelli
  

giovedì 31 gennaio 2013

Va' a Bagg a sonà l'orghen!






Và a Bagg a sonà l'orghen!

Va' a Baggio a suonare l'organo
ovvero
Va' a fare una cosa impossibile. Togliti di mezzo!



A Baggio, borgo situato una volta fuori città, sulla strada per Magenta, 
fino dal 1070 esisteva una piccola chiesetta parrocchiale.

Intorno al 1865, per volontà popolare, la piccola chiesa fu ampliata.

Alla fine dei lavori ci si accorse, però, che i soldi raccolti anche per dotarla 

di un organo erano stati tutti assorbiti dalle opere di muratura.

Tuttavia non si poteva deludere i donatori che già stavano organizzando 

il festone di inaugurazione con canti e suoni.

Allora . . . in fretta e furia si chiamò un pittore col compito di dipingere . . . 

una serie di canne d'organo!

E l'organo dipinto fece bella mostra di sè sulla parete della chiesa rinnovata, quando il portone principale fu aperto al pubblico per la prima volta!

La cosa fece scalpore, e chiasso allegro, come si può ben immaginare . . . 

ma la festa riuscì benissimo ugualmente!



A Milano si dice così - Eugenio Restelli

D'invern se sta tucc taccàa al camin . . .







D'invern se sta tucc taccàa al camin
a cuntà ball per grand e piscinin.

D'inverno si sta tutti presso il camino
a raccontar panzane per grandi e per piccini.



Detto del contado che evidenzia come durante l'inverno
la famiglia se ne stava attorno al camino della cucina
e per rompere la monotonia si raccontavano favole e storie.



A Milano si dice così - Eugenio Restelli

 

L'ongoent del " dodes "







L'ongoent del "dodes" l'è quel medegament
che se non te goarìss non fa dagn per nient.

L'unguento del  "dodici" è quel medicamento
che se non ti guarisce non ti da danno alcuno.



Sono ancora un buon numero i milanesi che ricordano questo unguento,
il cui nome deriva dal fatto che era prodotto in via Garigliano al numero 12.

Non sempre poteva risolvere il malanno per cui veniva applicato,
ma non creava fastidi in casi in cui il suo uso non era appropriato.

Per deformazione quando si voleva fare riferimento a qualcosa di inefficace
si usava dire: " L'è istess de l'ongoent del "dodes"!   E' come l'unguento del "dodici".



A Milano si dice così - Eugenio Restelli

 

Va a trattà coi facchin de la Balla








 Va a trattà coi facchin de la Balla.


Va' a trattare coi facchini della Palla.

E' un invito fatto a persone scortesi non abituate a trattare con gente educata.



Vicino all'attuale via della Palla vi era il mercato della Palla, così detto da una costruzione caratterizzata da alcuni pilastri che reggevano un tetto sormontato da una palla.

Qui i facchini si radunavano per il mercato tre volte alla settimana.

Un'antichissima tradizione narra che San Aquilino venne martirizzato presso il mercato della Palla, dove i facchini ne trovarono il corpo, che portarono pietosamente nella basilica di San Lorenzo.

San Aquilino divenne il protettore dei facchini, i quali annualmente ne onoravano la memoria con una processione che, partendo dal mercato della Palla, giungeva in San Lorenzo, all'altare di San Aquilino, e portava l'olio e la cera per il culto.




A Milano si dice così - Eugenio Restelli

Mangia e tas come fann i fraa






Mangia e tas come fann i fraa.

Mangia e taci come fanno i frati.

Sta' zitto e medita, senza perderti in chiacchere 

(ma può anche voler dire: "Goditela senza dar segno!")

E' un invito a chi parla troppo e a sproposito, alludendo alla regola del silenzio osservata dai frati durante i pasti.

Pasti che alcuni detrattori vogliono abbondanti e succolenti, tali da far diventare . . . "grass 'me on fraa".



A Milano si dice così - Eugenio Restelli

 

Vess on lendenon







Vess on lendenon.
Essere un cappellone.
Detto di persona trasandata, con i capelli lunghi e sporchi.


I " lenden " sono le uova dei pidocchi.

Un personaggio caratteristico della Milano primo Novecento fu un sedicente professore di filosofia, Gregorio Pezzoli, abitué del Biffi in Galleria.

Sfoggiava una folta e lunga chioma corvina, e i monelli della zona al suo apparire gli gridavano:
Lendenon spiritual
falla tajà che te stee mal
falla tajà trenta ghei
trenta ghei te impresti mì
falla tajà quella crappa lì.
Un giorno il Pezzoli comparve senza la sua famosa chioma; i ragazzi, un po' disorientati da questo improvviso cambiamento, lo rincorsero gridandogli:
Falla cress, falla cress!
N.B. Nel dialetto milanese dell'epoca "trenta ghei" significava sia trenta centesimi che trenta centimetri.
A Milano si dice così - Eugenio Restelli

Vess (o parè) on lecchee








Vess (o parè) on lecchee.

Essere, o sembrare, un lacché.


I "lecchee" eran i valletti in livrea che precedevano le carrozze padronali sgomberando loro la strada.

Di notte, con le torce accese, facevano luce al passaggio dei patrizi del tempo.

Nei secoli diciottesimo e diciannovesimo i "lecchee", forti del loro allenamento, disputavano gare di corsa e marcia, sponsorizzate dalle rispettive case dove servivano, diventando motivo di spettacolo pubblico.





A Milano si dice così - Eugenio Restelli

giovedì 24 gennaio 2013

La leggenda della Luna Piena








In una calda notte di luglio di tanto tempo fa 
un lupo, seduto sulla cima di un monte, 
ululava a più non posso.


 



In cielo splendeva una sottile falce di luna 
che ogni tanto giocava a nascondersi 
dietro soffici trine di nuvole, 
o danzava tra esse, armoniosa e lieve.

Gli ululati del lupo erano lunghi,
ripetuti, disperati.



In breve arrivarono all'argentea regina della notte che,
alquanto infastidita da tutto quel baccano, 
gli chiese:

" Cos'hai da urlare tanto?
Perché non la smetti almeno per un po'? "
 " Ho perso uno dei miei figli, 
il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata.  
Sono disperato . . . aiutami! " 
rispose il lupo. 




La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi.
E si gonfiò, si gonfiò, si gonfiò, 
fino a diventare una grossa, luminosissima palla.



 
 

" Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto "
disse, dolcemente, al lupo in pena.
Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura,
sull'orlo di un precipizio.
Con un gran balzo il padre afferrò il figlio,
lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, 
ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna.
Poi sparì tra il folto della vegetazione.



Per premiare la bontà della luna,
le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo:
ogni trenta giorni può ridiventare tonda,
grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero,
alzando nella notte gli occhi al cielo,
possono ammirarla in tutto il suo splendore.
I lupi lo sanno . . .
E ululano festosi alla luna piena.